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Oltre la diagnosi: il ruolo dello psicologo nel supporto a lungo termine per i DSA

26/3/2026

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​Ricevere una diagnosi di DSA (Disturbo Specifico dell’Apprendimento) viene spesso considerato il punto d'arrivo, ma molto spesso è in realtà il punto di partenza di un percorso per i bambini o ragazzi con DSA. Se la fase diagnostica è fondamentale, è la presa in carico nel lungo periodo a determinare il loro successo scolastico e benessere emotivo. È qui che entra in gioco la figura dello Psicologo specializzato in DSA.

Dove interviene lo psicologo? Strategie e autonomia

​Mentre altre figure si concentrano sul recupero della funzione (leggere meglio, scrivere correttamente), lo psicologo sposta il focus sull'individuo che apprende. L’obiettivo è sfruttare al meglio il potenziale dei ragazzi per raggiungere l’autonomia, attraverso:
  1. Il metodo di studio personalizzato: lo psicologo personalizza il metodo di studio su misura del ragazzo con DSA in base ai punti di forza individuali, usando tecniche e strumenti come la metacognizione (far a riflettere sul proprio modo di imparare, individuando quali strategie funzionano e perché) e l’uso del planning settimanale (per organizzare e pianificare il proprio tempo in funzione dello studio, creando maggior consapevolezza di quanto tempo necessitano le varie attività).
  2. Strumenti compensativi: l’uso di sintesi vocale, mappe concettuali o calcolatrici non è “imbrogliare”, ma un diritto. Lo psicologo accompagna il ragazzo nell'apprendimento dell’uso di questi strumenti, di modo che possano diventare un mezzo per l'autonomia.

​Perché scegliere lo psicologo in fase di potenziamento e compensazione?

Ci sono diversi aspetti da tenere in considerazione che possono indirizzare verso uno psicologo per il supporto ad un bambino o ragazzo con DSA: 
  1. L'aspetto emotivo-motivazionale: un bambino con DSA sperimenta quotidianamente la frustrazione di non riuscire in compiti che per i pari sono banali. Questo può portare a impotenza appresa, ansia scolastica e, nei casi più gravi, abbandono o depressione. Lo psicologo è l’unico professionista formato per integrare il potenziamento degli apprendimenti con la tutela della salute mentale. 
  2. ​Una presa in carico globale: scegliere uno psicologo per il percorso post-diagnostico significa investire sulla persona nella sua interezza. Non si tratta solo di finire i compiti per il giorno dopo, ma di costruire una base solida affinché il ragazzo possa affrontare tutte le sfide future con la consapevolezza di esserne capace.
  3. Gli aspetti cognitivi: lo psicologo ha delle competenze specifiche per quanto riguarda i processi cognitivi e può guidare il paziente alla luce delle proprie conoscenze, personalizzando il percorso al meglio e usando strumenti e tecniche specifici (ad esempio la metacognizione). In un nostro articolo, ad esempio, abbiamo parlato del perché il doposcuola specializzato è la naturale evoluzione dei percorsi di potenziamento per i DSA.
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Il gioco simbolico: perché "far finta" è fondamentale per la crescita

23/2/2026

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Bambino e bambina giocano al far finta con castello di cartone, spada e corona: esempio di gioco simbolico per lo sviluppo dell'autostima e della fantasia
Ti è mai capitato di vedere il tuo bambino parlare animatamente con un telecomando come se fosse un telefono, trasformare un semplice bastone in una potente spada magica, utilizzare una stoffa come se fosse un mantello o una gonna? Oppure di fingere di essere te, la maestra, il dottore o qualcun altro? Queste scene, tanto comuni quanto affascinanti, segnano l’inizio del gioco simbolico, meglio conosciuto come il gioco del “far finta”.
Si tratta di una tappa fondamentale della crescita che di solito si sviluppa a partire dai 18-24 mesi, quando il bambino smette di usare gli oggetti solo per la loro funzione reale ed inizia a trasformarli, separando l’oggetto dal suo significato per creare nuovi mondi; oppure inizia ad impersonificare ruoli che vive nella sua quotidianità.
Ma perché questo gioco è così cruciale per lo sviluppo? Non è solo divertimento: dietro ogni "facciamo che io ero..." si nasconde un complesso lavoro di astrazione, l’arricchimento del linguaggio e una palestra per gestire emozioni e paure. In questo articolo esploreremo i temi più cari ai bambini e capiremo come questo gioco getti le basi per la loro crescita futura.

Perché il gioco simbolico è fondamentale: linguaggio, astrazione ed empatia

L’accesso al gioco simbolico è fondamentale per la crescita del bambino. Innanzitutto è importante in quanto favorisce la capacità di astrazione, separando l’oggetto reale dal suo significato trasformandolo in qualcosa di nuovo; ha un ruolo fondamentale per lo sviluppo del linguaggio perché mentre il bambino “fa finta”, assegna nomi ai personaggi, inventa storie, crea dialoghi, ecc. arricchendo così sia il suo vocabolario che la struttura della frase; lo aiuta a gestire emozioni e paure in quanto attraverso il gioco il bambino può rielaborare la situazione vissuta ed averne il controllo trasformandola in un’azione attiva e rassicurante e, allo stesso tempo, stimola l’empatia perché interpretando un ruolo si mette nel panni degli altri.

8 temi comuni usati dai bambini nel gioco simbolico

Vediamo ora quali sono alcuni dei temi più comunemente usati dai bambini nel gioco simbolico.
  1. Case, nascondigli, rifugi: qualunque oggetto contenitore può diventare una casa, un nascondiglio o un rifugio; un luogo sicuro per separare l’interno dall’esterno, dov’è il bambino stesso a decidere chi far entrare e chi no, decidendo in modo metaforico chi far entrare nel suo mondo.
  2. La famiglia, la scuola: con queste tematiche il bambino riporta azioni che vive quotidianamente e nelle quali riveste un ruolo specifico a seconda della relazione e del vissuto che vuole rivivere. Ecco allora che diventa neonato se ricerca la regressione rassicurante fatta di accudimento e coccole, diventa genitore se vuole sperimentare il potere di decidere e dare regole ma anche il prendersi cura dell’altro, diventa maestra che insegna agli altri consolidando così ciò che ha imparato, ecc.
  3. Il dottore/il dentista: è un modo per esorcizzare la paura di andare dal medico/dentista, prendersi cura dell’altro e favorire la consapevolezza e la conoscenza del corpo.
  4. Gli animali: permettono di sperimentare schemi motori diversi, giocare con la voce a riprodurre i diversi versi, potersi dimostrare forti oppure più indifesi e bisognosi di cure.
  5. Lupi, mostri e fantasmi: è un modo per rielaborare alcune delle tipiche paure infantili ed allenare il coraggio.
  6. Supereroi, fate e principesse: sono ruoli che aumentano la propria autostima creando un sé ideale, che protegge, difende e salva gli altri.
  7. Guerre e battaglie: al contrario di quanto si possa pensare non sono indice di aggressività, ma costruire armi e combattere serve al bambino per sentirsi forte e potente, per potersi sfogare, per far vincere il bene sul male (basti pensare che nei loro combattimenti i bambini lottano sempre contro “i cattivi”).
  8. Mezzi di trasporto: oltre a riprodurre scene di vita quotidiana, promuovono l’autonomia, è il bambino stesso a decidere dove andare e con che mezzo andarci, se fermarsi dov’è o allontanarsi.
Esempio di gioco simbolico: bambina che gioca al dottore con un peluche per sviluppare empatia e linguaggio

Alcuni consigli per favorire il gioco simbolico a casa

Spesso viene richiesto al TNPEE (Neuropsicomotricista dell'età evolutiva) come fare per favorire il gioco simbolico a casa. Ecco alcuni consigli dalle nostre specialiste:
  • proponi al bambino materiali non strutturati quali tubi di cartone, stoffe, cuscini, bastoncini, ecc.
  • lascia che il sia il bambino a scegliere i ruoli di ogni partecipante al gioco;
  • non limitare la sua fantasia, ma accoglila aiutandolo a farla evolvere.

Sostieni la fantasia e osserva con cura: quando consultare uno specialista

In definitiva, il gioco simbolico è il linguaggio attraverso cui i bambini imparano a stare al mondo, esplorando l'autonomia, l'empatia e il coraggio. Che si tratti di difendere un castello come un supereroe o di preparare una cena immaginaria in un rifugio sicuro, ogni azione simbolica contribuisce a costruire l'identità e la sicurezza del bambino.
Tuttavia, è importante osservare con cura come evolve questo gioco: se verso i tre anni appare ancora statico e ripetitivo (esempio: il bambino muove le macchinine avanti e indietro senza uno scopo), mancano l’imitazione o la condivisione dell’idea di gioco, può essere utile rivolgersi ad un TNPEE (neuropsicomotricista).
Il TNPEE, partendo dall’iniziativa spontanea del bambino, lo aiuta a dare un senso ad ogni sua azione, ad ampliare le cornici di gioco e a farle evolvere sul piano simbolico, trasformando ogni azione in un’occasione di piacere condiviso e crescita evolutiva.
Sostenere il "far finta" oggi significa dare ai bambini gli strumenti per comprendere la realtà di domani.
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Celiachia e abilità cognitive: che relazione c'è?

13/1/2026

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La celiachia è una malattia autoimmune cronica che interessa l’intestino tenue ed è scatenata dall’ingestione di glutine in persone geneticamente predisposte. Secondo la definizione dell’Istituto Superiore della Sanità (Epicentro, 2023), si tratta di un’enteropatia infiammatoria che, se non trattata, può avere conseguenze che vanno ben oltre l’apparato digerente.
​In Italia la prevalenza stimata è intorno all’1% della popolazione. Attualmente si contano circa 265.000 persone con diagnosi, ma si stima che altre 400.000 non sappiano ancora di essere celiache, per un totale di circa 600.000 casi. La diagnosi riguarda soprattutto le donne (70% dei casi), con un rapporto di circa 2:1 rispetto agli uomini. La fascia d’età maggiormente interessata è quella tra i 18 e i 59 anni, mentre le diagnosi in età evolutiva risultano meno frequenti.

Oltre l'intestino: impatto psicologico e sociale

Essendo una patologia cronica, la celiachia non influisce solo sulla salute fisica, ma ha un impatto significativo anche sul benessere psicologico e sulla qualità della vita. Tra i sintomi extra-intestinali più comuni troviamo:
  • astenia e affaticamento persistente
  • cefalea
  • dolori ossei
  • dermatiti
  • infezioni ricorrenti
  • infertilità
Dal punto di vista psicologico, numerosi studi evidenziano un aumento del rischio di depressione (circa +1,8 deviazioni standard rispetto alla popolazione generale) e di ansia sociale, spesso legata all’imbarazzo per i sintomi intestinali o alle difficoltà nella gestione dei pasti fuori casa.
Anche la famiglia può risentirne profondamente: i familiari possono sperimentare sentimenti di colpa, frustrazione e preoccupazione, soprattutto nelle fasi immediatamente successive alla diagnosi.

Celiachia e funzioni cognitive: cosa dice la ricerca?

Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha messo in luce una possibile associazione tra celiachia e difficoltà cognitive, in particolare per quanto riguarda memoria e attenzione.
Queste difficoltà sembrano emergere soprattutto nei soggetti diagnosticati recentemente in età evolutiva con una aderenza non ottimale alla dieta priva di glutine.
In questi casi possono comparire problemi attentivi e mnemonici anche significativi. La buona notizia è che tali difficoltà possono ridursi parzialmente grazie a:
  • una dieta rigorosamente gluten-free
  • un training cognitivo mirato, pensato sulle specifiche esigenze della persona.

L’importanza dell’età alla diagnosi

L’aderenza alla dieta senza glutine è fondamentale, ma non sempre facile. Molto dipende dal momento del ciclo di vita in cui arriva la diagnosi.
Durante l’infanzia, la dieta viene generalmente integrata più facilmente nella routine quotidiana.
In età scolare e adolescenziale, invece, le difficoltà aumentano: il ragazzo può vivere sentimenti di esclusione, rifiuto o negazione della malattia, con possibili ripercussioni emotive, comportamentali, sull’autostima e sul senso di identità.

Il ruolo della famiglia e del supporto psicologico

A livello familiare è fondamentale responsabilizzare gradualmente il bambino o l’adolescente celiaco, evitando un’eccessiva dipendenza dai caregiver. Favorire l’autonomia nella gestione della dieta, utilizzare rinforzi positivi e prestare attenzione alla sfera emotiva sono passaggi chiave.
In molti casi, un supporto psicologico e un percorso individualizzato di potenziamento delle abilità cognitive possono rappresentare un valido aiuto per affrontare al meglio il periodo successivo alla diagnosi e promuovere un benessere globale, non solo fisico

Bibliografia
  • Prevenzione e intervento psicologico nelle malattie croniche (corso FAD)
  • Hu, W. T., Murray, J. A., Greenaway, M. C., Parisi, J. E., & Josephs, K. A. (2006). Cognitive impairment and celiac disease. Archives of neurology, 63(10), 1440-1446.
  • Yelland, G. W. (2017). Gluten‐induced cognitive impairment (“brain fog”) in coeliac disease. Journal of gastroenterology and hepatology, 32, 90-93.
  • Abenavoli, L. (2010). Brain hypoperfusion and neurological symptoms in celiac disease. Movement Disorders, 25(6), 799-800.
  • Hadi, K., Najimi, N., Luyat, M., Chigr, F., & Alaoui, A. M. (2025). Neuropsychology and celiac disease: Analysis of neuro-cognitive impacts in children. Neuroscience, 580, 26-27.
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Quando rivolgersi ad un neuropsicomotricista (TNPEE)?

19/11/2025

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Il terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva (abbreviato TNPEE o neuropsicomotricista) è l’unico professionista sanitario specializzato esclusivamente per l’età pediatrica (0-18 anni), la cui definizione tecnica e qualifica professionale è definita dal Decreto Ministeriale Sanità del 17 Gennaio 1997, N. 56.

Cosa fa un neuropsicomotricista (TNPEE)?

Un neuropsicomotricista lavora sia in ambito educativo-preventivo che abilitativo-riabilitativo in strutture pubbliche e private.
In 
ambito educativo-preventivo si rivolge a qualsiasi bambino, anche in assenza di difficoltà, al fine di promuovere uno sviluppo armonico che va a coinvolgere tutte le aree:
  • affettivo-relazionale,
  • motoria,
  • comunicativa,
  • cognitiva.
In ambito riabilitativo si occupa dell’abilitazione e riabilitazione dei disturbi dello sviluppo (ritardi psicomotori e cognitivi, disturbi dell’attenzione, aggressività, inibizione, iperattività), del disturbo dello spettro autistico, dei disturbi della regolazione emotivo-comportamentale, di difficoltà motorie (disprassia, impaccio motorio, mal destrezza), di disturbi sensoriali, di patologie neuromotorie (paralisi cerebrali infantili, distrofie, miopatie, ecc.), di sindromi genetiche, di difficoltà nella consapevolezza e rappresentazione dello schema corporeo e dell’organizzazione spazio-temporale, di disgrafia (un disturbo specifico dell’apprendimento) e di difficoltà grafiche e grafo-motorie.
Inoltre il TNPEE collabora con altri medici e professionisti sanitari (neuropsichiatra infantile, psicologa, pediatra, logopedista, ecc.) in equipe multidisciplinare per definire il profilo di sviluppo e il percorso terapeutico adatto ad ogni bambino; fornisce supporto indiritto alla famiglia condividendo costantemente il progetto riabilitativo e fornendo indicazioni da applicare nella vita quotidiana; collabora con la scuola in favore dell’integrazione scolastica.

Quando rivolgersi ad un neuropsicomotricista?

Una famiglia dunque quando dovrebbe rivolgersi ad uno neuropsicomotricista per una valutazione per il proprio figlio e per avviare in seguito un percorso?
Come spiegato sopra gli ambiti di intervento del TNPEE sono veramente tanti, proviamo quindi ad analizzare le difficoltà nelle varie aree che potrebbero accendere qualche campanello d’allarme e richiedere una consulenza per un approfondimento.
Area affettivo relazionale, problemi di comportamento e di regolazione emotiva:
  • difficoltà in contesti sociali o di fronte alle nuove situazioni;
  • difficoltà nel mantenere il contatto oculare;
  • inibizione e difficoltà di interazione sociale con i pari (sia comunicative che di gioco) con tendenza all’isolamento;
  • difficoltà nell’espressione e comunicazione delle proprie emozioni, o viceversa manifestazione esagerata delle stesse con scoppi d’ira immotivati e fatica nella gestione della frustrazione;
  • scarsa tolleranza e rispetto delle regole;
  • rigidità, scarsa tolleranza alle variazioni;
  • iperattività e difficoltà di inibizione degli impulsi;
  • anomalie nel gioco quali tendenza alla ripetitività, all’ordine maniacale degli oggetti (tutti in fila, uno sopra all’altro, ecc.), scarsa evoluzione sul piano simbolico, senza il coinvolgimento degli altri, ecc.
Area motoria:
  • ritardo nell’acquisizione delle tappe motorie (controllo del capo, rotolamento, posizione seduta, cammino, salto, ecc.);
  • osservazione di ipotono (riduzione del tono muscolare) o ipertono (eccessivo tono muscolare);
  • cammino sulle punte;
  • difficoltà di equilibrio;
  • impaccio motorio e mal destrezza;
  • difficoltà nelle prassie e autonomie quotidiane (vestirsi/svestirsi, mettere le scarpe, utilizzare le posate, aprire una porta, ecc.);
  • difficoltà nella motricità fine (utilizzare entrambe le mani contemporaneamente, utilizzare materiali di precisione quali forbici e matite, infilare perline, ecc.);
  • difficoltà nel riconoscimento dello schema corporeo e problemi di lateralizzazione.
Area comunicativa:
  • assenza dei gesti comunicativi come indicare e salutare;
  • nessuna risposta al nome o a stimoli sonori di richiamo;
  • chiusura relazionale oppure aggressività con i pari di fronte a difficoltà linguistiche (ritardi o disturbi del linguaggio) che impediscono al bambino una comunicazione efficace.
Area cognitiva e degli apprendimenti:
  • difficoltà nelle funzioni esecutive (attenzione, memoria, inibizione, pianificazione, problem solving, ecc.);
  • difficoltà grafiche e grafo-motorie (errata prensione dello strumento grafico, incapacità di gestione dello spazio grafico, difficoltà nella copia, ecc.);
  • scrittura illeggibile (possibile disgrafia) o anomala (grandezza eccessiva o minuscola, lettere atipiche, ecc.);
  • difficoltà visuo-percettive (distinguere dimensioni, forme e colori, distinguere la posizione di un oggetto nello spazio, ecc.);
  • difficoltà nell’organizzazione spazio-temporale;
  • difficoltà di conteggio, di riconoscimento dei numeri e nella abilità logico-matematiche di base.
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Non sottovalutare i segnali, agisci tempestivamente!

Come si può capire è importante non sottovalutare alcuni segnali o pensare che con il tempo si risolveranno spontaneamente, ma agire tempestivamente per cogliere sul nascere alcune difficoltà che potrebbero influire sul benessere e lo sviluppo globale del bambino. L’attivazione di un intervento di neuro e psicomotricità può contribuire a migliorare la qualità di vita del soggetto e della famiglia, favorendo il loro benessere emotivo, sociale e motorio.
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La balbuzie: come comprendere il disturbo per migliorare la comunicazione

24/10/2025

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La balbuzie, o anche Disturbo della fluenza ad esordio infantile (DSM-5-TR), è un disturbo della comunicazione verbale caratterizzato da alterazioni del ritmo della parola, dette disfluenze.
Attenzione però perché le disfluenze, ossia prolungamenti o ripetizioni del linguaggio orale, non sono sempre indici di balbuzie. Capita spesso che il bambino di età inferiore ai 4 anni, che sta sviluppando il suo linguaggio, possa presentare nel suo discorso esitazioni, prolungamenti di sillabe o di suoni, ripetizione di parole intere. Circa il 10% dei bambini di quest’età può presentare tali sintomi, che poi si risolvono spontaneamente nell’arco dei mesi successivi imparando a pianificare la produzione verbale orale.
La distinzione netta tra le disfluenze del balbuziente dalle normali disfluenze del non balbuziente sta in un insieme di caratteristiche legate alla frequenza, alla collocazione e alla durata della disfluenza. Ad esempio, le ripetizioni e i prolungamenti di parti di parola sono molto più frequenti delle pause e delle revisioni di frase nel balbuziente. Inoltre il bambino con balbuzie balbetta più spesso all'inizio della frase e la durata di ripetizioni e prolungamenti è superiore alle due volte per ciascuna unità (es. "pa-pa-pa-parola" invece di "pa-parola").
La balbuzie è quindi un disturbo della fluenza del linguaggio che si manifesta con interruzioni involontarie del ritmo del parlato come ripetizioni, prolungamenti o blocchi dei suoni. Nonostante possa avere un impatto importante sulla vita quotidiana e sulle relazioni sociali, oggi sappiamo molto di più su come gestirla e affrontarla efficacemente.

Cos'è le balbuzie?

La balbuzie è un disturbo complesso che coinvolge aspetti linguistici, motori, emotivi e sociali. Si manifesta inizialmente in genere tra i 2 e i 6 anni, durante lo sviluppo del linguaggio e può avere un’evoluzione diversa da persona a persona. La frequenza della balbuzie varia dal 5% all’8%, con una maggiore probabilità nei maschi rispetto alle femmine, che varia a seconda dell’età.

Principali tipologie di balbuzie

  1. Balbuzie tonica
    È caratterizzata da blocchi improvvisi all’inizio o nel corso di una parola. La persona “si blocca” e non riesce a far uscire il suono, nonostante lo sforzo.
  2. Balbuzie clonica
    Si manifesta con ripetizioni rapide e involontarie di suoni, sillabe o parole (es. “ma-ma-ma-mamma”). È la forma più comune e spesso la più evidente.
  3. Balbuzie mista
    Combina elementi della forma tonica e clonica, con blocchi e ripetizioni alternati.
  4. Balbuzie situazionale o psicogena
    Non ha origine motoria, ma compare in particolari situazioni emotive o sociali (ansia, stress, paura del giudizio). Può comparire anche in età adulta.

Quali sono le cause della balbuzie?

Le cause della balbuzie sono multifattoriali. Tra i principali fattori riconosciuti:
  • Genetici: la predisposizione familiare è frequente;
  • Neurofisiologici: differenze nell’attività cerebrale legata alla produzione del linguaggio;
  • Linguistici e ambientali: velocità di linguaggio, stimolazione precoce, reazioni dei genitori;
  • Emotivi e psicologici: ansia e insicurezza possono amplificare il disturbo, ma non ne sono la causa primaria.

Come fare la diagnosi di balbuzie?

Essendo un disturbo che coinvolge diversi aspetti della persona – dalla sfera linguistica, a quella motoria, a quella emotivo-relazionale – la diagnosi verrà fatta da diversi specialisti ognuno secondo la propria competenza: neuropsichiatra infantile, logopedista, psicologo.
Importante è individuare e riconoscere precocemente il disturbo, così da agire tempestivamente. È consigliata perciò la consultazione di un centro specializzato per la valutazione e il trattamento dei disturbi della comunicazione verbale per aiutare a inquadrare e affrontare tale difficoltà che non va sottovalutata, in quanto può condizionare fortemente la vita quotidiana e il funzionamento scolastico del bambino.
Chi balbetta spesso prova frustrazione, vergogna o paura del giudizio. Questo può portare a evitare di parlare con altre persone (coetanei o adulti), in contesti sociali (a scuola, a una festa di compleanno), al telefono. Tuttavia, con il giusto supporto, è possibile migliorare in modo significativo la qualità della comunicazione e delle relazioni interpersonali. 
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Consigli pratici per genitori di figli con balbuzie

  • Ascoltare, senza completare le parole o interrompere;
  • Non anticipare il suo pensiero, lasciare esprimere tutto ciò che vuole dire;
  • Mantenere il contatto visivo mostrando interesse, non imbarazzo;
  • Dare tempo e spazio, rispettando il turno comunicativo;
  • Ridurre il numero di domande, preferire commenti rispetto a ciò che è stato detto in modo da favorire la produzione orale del bambino stesso;
  • Evitare di dire “rilassati”, “parla piano”, “prendi un respiro”, perché può aumentare la tensione;
  • Favorire un ambiente accogliente, dove la persona si senta ascoltata.
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Comprendere e affrontare i traumi con l'EMDR

28/9/2025

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Viviamo in un’epoca in cui il benessere psicologico è sempre più riconosciuto come parte integrante della salute generale. Tuttavia, eventi dolorosi o traumatici come ad esempio un lutto, un incidente, un’esperienza medica difficile o situazioni di stress prolungato, possono lasciare un segno profondo. In alcuni casi, quei ricordi rimangono “bloccati” nella memoria, continuando a influenzare il presente anche a distanza di anni. 
Proprio per rispondere a questa necessità, negli ultimi decenni si è affermata una tecnica innovativa di sostegno psicologico e validata scientificamente: l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), in italiano “Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari”. 

Cos'è l'EMDR?

L'EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è una psicoterapia focalizzata sul trauma che utilizza la stimolazione bilaterale ritmica (come movimenti oculari, tapping o suoni alternati) per aiutare il cervello a rielaborare e "digerire" i ricordi disturbanti legati a traumi o stress. Questo processo desensibilizza il ricordo, riducendone il potere emotivo, e lo integra in modo più adattivo, alleviando il disagio psicologico. È un trattamento riconosciuto dall'OMS per il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e si è dimostrato efficace anche per altri problemi d'ansia e depressione.

Le origini dell'EMDR

L’EMDR è stato sviluppato alla fine degli anni ’80 dalla psicologa americana Francine Shapiro, che osservò come particolari movimenti oculari potessero ridurre l’intensità delle emozioni legate a ricordi disturbanti. Da quell’intuizione nacque un metodo che oggi è praticato in tutto il mondo, applicato in contesti clinici, ospedalieri e umanitari.
Nel tempo, la ricerca ha confermato che l’EMDR agisce stimolando i naturali processi di elaborazione del cervello. Un evento traumatico, infatti, può rimanere immagazzinato nella memoria in maniera disfunzionale: non solo il ricordo dell’accaduto, ma anche le emozioni, le immagini e le sensazioni fisiche collegate possono riattivarsi come se l’esperienza fosse ancora in corso.

Come funziona l'EMDR?

Durante una seduta di EMDR, il terapeuta aiuta il paziente a concentrarsi sul ricordo disturbante, mentre applica una stimolazione bilaterale, di solito con movimenti oculari guidati, ma anche con suoni alternati o tocchi sulle mani. Questo meccanismo facilita la rielaborazione dei ricordi, che vengono integrati in modo più funzionale.
Il processo non cancella ciò che è accaduto, ma consente di ricordare senza esserne sopraffatti: il ricordo rimane nella memoria, ma perde la sua carica emotiva invalidante.
Molti pazienti riportano un senso di alleggerimento e una nuova prospettiva, come se l’esperienza fosse finalmente collocata nel passato e non più presente nella vita quotidiana.
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Ambiti di applicazione dell'EMDR

Inizialmente l’EMDR è stato utilizzato per il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD), in particolare nei reduci di guerra e nelle vittime di incidenti o violenze. Oggi, grazie a decenni di ricerche, il campo di applicazione si è ampliato notevolmente.
L’EMDR viene utilizzato con efficacia per:
  • traumi singoli: incidenti, lutti, catastrofi naturali, diagnosi mediche gravi;
  • traumi complessi: abusi, trascuratezza, violenza domestica o eventi ripetuti nel tempo;
  • disturbi d’ansia, attacchi di panico e fobie;
  • depressione e disturbi dell’umore;
  • disturbi alimentari;
  • dolore cronico e sintomi psicosomatici;
  • difficoltà relazionali o lavorative legate a esperienze negative del passato.
Secondo le linee guida internazionali e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’EMDR è uno dei trattamenti raccomandati per il trauma psicologico, accanto ad altri approcci psicoterapeutici consolidati.

Evidenze scientifiche e diffusione dell'EMDR

Negli ultimi vent’anni l’EMDR è stato oggetto di centinaia di studi clinici, pubblicati sulle principali riviste scientifiche internazionali. La letteratura concorda nel sottolineare la sua efficacia e la rapidità dei risultati in confronto a molte altre terapie tradizionali.
In Italia, l’associazione EMDR Italia rappresenta il punto di riferimento nazionale per la formazione, l’aggiornamento e la supervisione dei terapeuti. Solo i professionisti che hanno completato il percorso ufficiale, come la Dott.ssa Laura Gallana, possono applicare la tecnica in modo corretto e in linea con gli standard internazionali.

EMDR nello studio Paroliamo di Monselice

L’introduzione dell’EMDR nel nostro studio nasce dalla volontà di offrire ai pazienti uno strumento terapeutico all’avanguardia, riconosciuto a livello mondiale e, soprattutto, centrato sulla persona.
Ogni percorso viene calibrato in base alla storia e ai bisogni di chi si rivolge a noi: l’EMDR non è un metodo standardizzato da applicare indistintamente, ma una tecnica che si inserisce in una relazione terapeutica attenta e rispettosa. 
La possibilità di elaborare i ricordi traumatici e ridurre il loro impatto emotivo permette alle persone di recuperare benessere, di guardare avanti con maggiore serenità e di sentirsi più libere dal peso del passato.

Un passo in più verso la cura

Ogni percorso di EMDR viene costruito a partire dalla storia personale e dalle esigenze specifiche della persona. Non si tratta di un protocollo rigido o uguale per tutti: ogni ricordo traumatico ha una sua complessità e un suo modo di riemergere, che va compreso e rispettato all’interno della relazione terapeutica.
L’obiettivo non è “cancellare” ciò che è accaduto, ma favorire un’elaborazione che permetta di integrare l’esperienza nel proprio vissuto senza che essa continui a generare sofferenza. Quando questo avviene, la memoria dell’evento rimane, ma perde quella carica emotiva che la rendeva dolorosa o destabilizzante. In questo modo la persona può riconoscere il trauma come parte della propria storia, ma senza che esso condizioni più il presente o limiti le possibilità future.
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Cos'è il W-sitting e perché evitarlo

26/5/2025

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Vi è mai capitato di osservare i bambini piccoli mentre giocano seduti sul pavimento? Se provate ad osservare bene la maggior parte di loro utilizza una seduta caratteristica: quella a W, meglio definita come W-sitting.

Cos'è il W-sitting?

Il W-sitting è la posizione in cui il bambino si siede con il bacino a terra con i glutei a contatto con il suolo, le ginocchia piegate e con le gambe e i piedi spostati lateralmente ai lati delle anche con una posizione che se guardata dall’alto ricorda appunto la W.
È una posizione molto adottata dai bambini tra i 2 e i 5 anni in quando essendo una postura in cui il contatto con il suolo ha una base ampia, viene notevolmente ridotto lo sforzo del bambino necessario per mantenere l’equilibrio del tronco e riesce a giocare con una maggiore stabilità. È inoltre maggiormente osservabile nei bambini con lassità legamentosa ed ipotonia (scarso tono muscolare).
Se da una parte è una posizione che può essere considerata fisiologica, dall’altra è comunque bene limitarla suggerendo delle alternative. In particolare, se il bambino la utilizza costantemente non riuscendo ad utilizzare altre posture o permane oltre i 5 anni è bene consultare un professionista per valutare la stabilità posturale del bambino e per avere dei consigli su come favorire l’utilizzo di altre modalità per sedersi, definendo insieme se può essere necessario fare un percorso per potenziare la muscolatura e l’equilibrio, tutto ovviamente attraverso il gioco.

Perché il W-sitting è dannoso se protratto a lungo?

Innanzitutto in questa postura di W-sitting la mobilità del tronco è molto limitata e quini di bambino si troverà a giocare solo con oggetti posti di fronte a lui e farà fatica a raggiungere quelli posti di lato o dietro. Di conseguenza la coordinazione bilaterale che coinvolge l’integrazione della parte destra e quella sinistra del corpo viene poco stimolata con ricadute e ritardi nello sviluppo della motricità fine e della lateralità.
Ne risente inoltre lo sviluppo delle articolazioni con rischio di un allineamento non fisiologico di anche, ginocchia e piedi che vanno ad influire nella camminata che potrebbe risultare con i piedi intraruotati (punte verso l’interno) con conseguente difficoltà nell’equilibrio ed impaccio motorio.
È bene quindi fin da piccoli cercare di correggere questa posizione offrendo ai bambini delle posture diverse durante il gioco sul pavimento, quali:
  • Sedersi con le gambe incrociate (come gli indiani);
  • Sedersi con le gambe distese (posizione long-sitting);
  • Mettersi in ginocchio con i glutei appoggiati ai talloni;
  • Distendersi a pancia in giù;
  • Sedersi lateralmente con le gambe da un lato.
Se vuoi dei consigli su giochi da proporre per rafforzare i muscoli addominali e dorsali in modo da sostenere l’adozione di altre posture, non esitare a contattarci!
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Tre consigli per sviluppare efficacemente il linguaggio verbale

22/4/2025

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Lo screening comunicativo-psicomotorio, che ha coinvolto le figure della logopedista e della neuropsicomotricista dello studio, ha raccolto buoni frutti!
A seguito dello scoring del questionario posto ai genitori, riguardo i loro figli dell’età che variava dai 2 ai 3 anni, molti di questi hanno richiesto una consulenza per ricevere informazioni e consigli riguardo la buona evoluzione del proprio figlio. 
Durante la correzione sono state individuate 5 aree indice di sviluppo neuropsicomotorio e comunicativo-linguistico: motoria, delle autonomie, delle funzioni orali (respirazione, masticazione, deglutizione), del comportamento e del linguaggio.

Come stimolare il linguaggio? 3 consigli pratici

Da logopedista, la domanda più frequente che mi viene posta è: “ma come faccio a stimolare il suo linguaggio?”. Ecco quindi di seguito alcuni consigli utili e pratici.
1. Ripetizione
Si dice “repetita iuvant” ed è un metodo efficace anche in questo caso. Quando vostro figlio dice per la prima volta una parola ripetetela, enfatizzatela, almeno 3 volte. Così il bambino potrà ricordare la sequenza fonologica dei suoni per poter produrre proprio questa nuova parola. Il concetto vale anche per una parola detta “non molto bene”, con delle lettere sostituite o mancanti, voi genitori provate a ripeterla corretta sempre per 3 volte.
“Geato” → “Vuoi GELATO? Eh sì si chiama GELATO, GELATO proprio così!”​
2. Riformulazione​
Spesso i genitori riportano la difficoltà di produzione di frasi corrette: il bambino omette parti frasali importanti come articoli, preposizioni che da soli infatti non avrebbero senso di esistere per cui sono più difficili da apprendere e consolidare. Ecco che allora se vostro figlio produce una frase scorretta grammaticalmente, il genitore può riprenderla in mano e riformularla corretta di modo che il bambino possa ascoltarla e comprendere quale sia la forma giusta.
“Papà rupe!” → “Hai visto che ci sono le ruspe?”
3. Espansione
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Si tratta semplicemente di espandere la produzione linguistica del proprio figlio in modo da arricchire con più dettagli il messaggio verbale. Il bambino intanto si limiterà ad ascoltare tale produzione linguistica e non appena ne avrà gli strumenti adatti potrà anche provarci in prima persona.
Con questi semplici consigli si può aiutare il bambino nell’evoluzione linguistica in modo efficace e gentile, senza frustrarlo o farlo sentire meno capace. 
“Mamma scivolo!” → “C’è lo scivolo qua al parco, è divertente lo scivolo, si va giù veloci!”​
​Con questi semplici consigli si può aiutare il bambino nell’evoluzione linguistica in modo efficace e gentile, senza frustrarlo o farlo sentire meno capace. 

I bambini sono furbi... non pigri!

​I bambini non sono pigri, come spesso gli adulti possono pensare, sono semplicemente molto furbi perché lavorano in economia: se una cosa è difficile cercano di renderla più semplice e adatta alle loro capacità, anche se la forma semplice non è sempre corretta.
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Se hai bisogno di una consulenza logopedica, in studio potrai trovare ciò di cui necessiti.
Contatta la nostra logopedista per una consulenza
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Un viaggio nel mondo della psicomotricità al nido

19/3/2025

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Nei primi anni di vita, il bambino scopre il mondo attraverso il movimento e il gioco. Ogni esperienza corporea è un’opportunità di crescita, di apprendimento e di relazione con gli altri. La psicomotricità, attraverso un approccio ludico e coinvolgente, diventa uno strumento prezioso per accompagnare i più piccoli in questa fase fondamentale dello sviluppo. Con questo progetto, vogliamo offrire ai bambini un ambiente sicuro e stimolante, dove possano esplorare le proprie capacità motorie, comunicative ed emozionali, crescendo in modo armonico e sereno.

​Cos'è la psicomotricità e perché è importante?

La psicomotricità è una disciplina che favorisce uno sviluppo armonico del bambino attraverso il gioco e il movimento. Nei primi tre anni di vita, il bambino costruisce le basi della propria personalità e sviluppa le principali caratteristiche della comunicazione e della relazione con gli altri. In questa fase, il gioco è la sua principale forma di espressione e apprendimento.
Mediante la psicomotricità educativa, si promuove uno sviluppo globale del bambino, prestando particolare attenzione agli aspetti psico-affettivi e sociali. Il gioco psicomotorio, unito alla relazione corporea, favorisce la crescita non solo sul piano motorio, ma anche su quello emotivo, relazionale e cognitivo.

Gli obiettivi del progetto di psicomotricità al nido

Obiettivi generali
  • Creare un ambiente sicuro e accogliente per il bambino.
  • Promuovere un'immagine positiva di sé e dell’ambiente.
  • Favorire l'autonomia e il processo di separazione-individuazione.
  • Sostenere l'inserimento nella scuola.
  • Osservare e rispondere ai bisogni individuali.
  • Stimolare la comunicazione e lo sviluppo di modelli comportamentali adeguati.
  • Fornire strumenti di lettura e gestione del gruppo classe agli insegnanti.
Obiettivi specifici
  • Sviluppare competenze motorie adeguate all'età.
  • Promuovere la conoscenza del corpo e dello spazio.
  • Stimolare la manualità fine e la manipolazione di oggetti.
  • Migliorare le capacità comunicative, verbali e non verbali.
  • Rafforzare le capacità sensoriali (vista, tatto, udito).
  • Favorire la gestione delle emozioni.
  • Sviluppare la creatività e il rispetto delle regole.

Struttura del programma di psicomotricità

Le attività proposte si sviluppano attraverso tre principali tipologie di gioco: il gioco sensomotorio, il gioco simbolico e il gioco di socializzazione.
Nel gioco sensomotorio, il bambino sperimenta diverse modalità di movimento come strisciare, rotolare, camminare, correre e saltare, sviluppando il piacere dell’azione e un’immagine positiva di sé.
Il gioco simbolico, invece, permette al bambino di esplorare la fantasia e la creatività utilizzando oggetti semplici come palle, stoffe e bambole, favorendo le sue capacità relazionali e comunicative attraverso il gioco del “facciamo finta che”.
Infine, nel gioco di socializzazione, vengono proposti giochi di gruppo come trenini e girotondi, che aiutano il bambino a interagire con i coetanei e a rispettare semplici regole sociali.

Il ruolo della neuropsicomotricista

La neuropsicomotricista guida il bambino nel gioco senza imporre attività, ma lasciandolo libero di esplorare. Attraverso un atteggiamento empatico, accompagna il bambino nel suo percorso di crescita, intervenendo solo per ampliare e arricchire le esperienze di gioco.
Vederla all'opera ci evidenzia ancora una volta le differenze tra psicomotricista e neuropsicomoptricista.
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 Modalità di realizzazione del progetto psicomotricità al nido

  • Suddivisione in gruppi: massimo 12 bambini, suddivisi per età.
  • Durata delle lezioni: 45 minuti (30 per i più piccoli).
  • Fasi della lezione:
  1. Rituale di entrata (5 min) - Introduzione e ripetizione delle regole.
  2. Fase centrale (25-30 min) - Attività ludiche e tematiche.
  3. Fase di decentramento (5 min) - Ritorno alla calma con storie o attività manipolative.
  4. Rituale di uscita (5 min) - Chiusura della lezione.
Le attività si svolgono in una stanza ampia e sicura, con materiali adeguati e normativamente conformi.

Quali materiali sono stati utilizzati?

Durante le attività vengono utilizzati diversi materiali che stimolano il gioco e la creatività del bambino. Tra questi troviamo materiali di recupero (scatoloni, fogli di giornale, bottiglie di plastica), materassi e cuscini di gommapiuma per l’attività motoria, palloni e cerchi per il gioco sensomotorio e di socializzazione. Inoltre, si utilizzano tessuti colorati per giochi di drammatizzazione, corde per esplorazioni spaziali, costruzioni e contenitori per sviluppare la manualità, strumenti musicali per stimolare la percezione sonora e bambolotti per il gioco simbolico.
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​Collaborazione con le educatrici del Nido

Le educatrici sono coinvolte nel progetto per favorire l’inserimento dei bambini e osservare l’evoluzione del gruppo. Il confronto costante con la neuropsicomotricista permette di individuare eventuali situazioni di disagio e di intervenire in modo mirato.

La fase di valutazione e verifica: quali competenze vengono monitorate?

Durante il percorso, si monitorano diverse competenze:​
  • Relazione con lo spazio: sicurezza nei movimenti, equilibrio, gestione della distanza.
  • Relazione con gli altri: modalità di interazione e comunicazione.
  • Relazione con gli oggetti: utilizzo e manipolazione dei materiali.
  • Relazione con sé stesso: riconoscimento del corpo, gestione delle emozioni.
Se necessario, si possono compilare schede di valutazione individuali e organizzare colloqui con i genitori.

Psicomotricità al nido, un'opportunità unica!

Il progetto di psicomotricità al nido rappresenta un'opportunità unica per accompagnare i bambini in un percorso di crescita armonioso e divertente. Grazie al gioco e al movimento, ogni bambino può esprimere il proprio mondo interiore, sviluppare competenze fondamentali e affrontare con maggiore sicurezza le tappe della sua evoluzione.

Il risultato della psicomotricità educativa? Dei bellissimi disegni!

Durante gli incontri di psicomotricità educativa i bambini hanno avuto la possibilità di sperimentare liberamente con il proprio corpo e di esprimere sé stessi, senza vincoli e senza imposizioni; di capire le proprie capacità, di svilupparne di nuove e di conoscere i propri limiti.
Il tutto scandito da momenti ben precisi:​
  • Rituale iniziale: seduti insieme ognuno viene toccato sulla testa e lui/lei, oppure i compagni o l’educatrice se non vuole o non è ancora in grado, dice il suo nome, si ripetono le regole (non farsi male, non uscire dalla stanza e fermarsi allo stop) e si conta fino a 5 prima di partire
  • Momento del gioco: gioco sensomotorio e primi approcci al gioco simbolico, individuale o di gruppo, guidati dalla neuropsicomotricista che coglie ciò che ogni bambino propone liberamente, con il materiale via via proposto
  • Momento del rilassamento: per ritornare alla calma dopo tanto movimento, gioco delle statue e controllo della respirazione con il gioco del palloncino
  • Momento della sperimentazione grafica: ad ogni incontro è stato dato uno strumento grafico diverso con cui il bambino poteva disegnare; si è provato a chiedere ad ogni bambino cosa avesse disegnato per favorire la mentalizzazione, ma se non rispondeva non era un problema.
  • Rituale finale: saluto tutti insieme
Di seguito tutti i disegni fatti dal bambino/a: a questa età il disegno viene utilizzato come scarica sensomotoria sul foglio (lo scarabocchio) ma già c’è chi inizia a dare comunque un significato a ciò che ha disegnato, indice che c’è un pensiero dietro.
​Nell’ordine sono stati proposti: pennarelli, matite colorate, penne, cerette, gessi e acquarelli utilizzati con le dita.
"Si può scoprire di più su una persona in un'ora di gioco, che in un anno di conversazione" - Platone
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Accettare l'inaccettabile: traumi, resilienza e la differenza tra accettazione e rassegnazione

27/2/2025

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La vita, a volte, ci mette di fronte a eventi difficili, inaspettati e dolorosi: lutti, malattie, perdite, fallimenti, traumi. Quando ciò accade, la nostra mente attiva una serie di meccanismi di difesa per proteggerci dal dolore, ma nel lungo termine la vera sfida diventa un’altra.
Come accettare ciò che non possiamo cambiare senza sentirci sconfitti?
Esiste una grande differenza tra accettare una realtà difficile e rassegnarsi ad essa. L’accettazione è un atto di consapevolezza e forza interiore, mentre l’arrendevolezza è un ritiro passivo dalla vita. In questo articolo esploreremo cosa significa realmente accettare, quali meccanismi di difesa entrano in gioco di fronte alle avversità e come possiamo trasformare il dolore in crescita.

Come la mente cerca di proteggerci? I meccanismi di difesa

Quando affrontiamo situazioni dolorose, il nostro cervello mette in atto strategie automatiche per cercare di attutire l’impatto emotivo. Alcuni dei meccanismi di difesa più comuni sono: 
  • Negazione: rifiutare la realtà, come se ciò che è accaduto non fosse vero. È un meccanismo che aiuta inizialmente a sopportare il trauma, ma a lungo termine impedisce l’elaborazione del dolore. 
  • Rimozione: spingere inconsciamente un evento traumatico fuori dalla coscienza, evitando di pensarci. 
  • Razionalizzazione: cercare spiegazioni logiche per eventi dolorosi, evitando di affrontare l’emozione sottostante. 
  • Proiezione: attribuire ad altri le proprie emozioni dolorose per non sentirle dentro di sé. 
  • Evitamento: evitare persone, luoghi o situazioni che potrebbero far riemergere il dolore. 
  • Senso di onnipotenza o ipercontrollo: cercare di controllare tutto per non sentirsi vulnerabili. 
Questi meccanismi possono essere utili nel breve termine, ma se diventano permanenti bloccano il processo di elaborazione e quindi di accettazione.  

L'accettazione è una scelta consapevole, non una resa

Molte persone temono che accettare una situazione difficile significhi rassegnarsi, come se smettessero di combattere o di sperare. In realtà, accettare significa prendere atto della realtà senza negarla, giudicarla o combatterla inutilmente.
Ma cosa significa quindi "accettazione"?
Accettare non vuol dire approvare ciò che è successo o essere d’accordo con esso. Accettare significa riconoscere che ciò che è avvenuto fa parte della nostra storia e che, per quanto doloroso, esiste. È solo da questo punto di partenza che possiamo davvero trovare la strada per stare meglio.  
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Accettazione o rassegnazione? Due facce della stessa medaglia!

Accettare significa riconoscere che ciò che è accaduto è reale, che fa parte della nostra storia e che, volenti o nolenti, dobbiamo farci i conti.
"Non avrei mai voluto che andasse così, ma è successo. Ora cosa posso fare per me stesso?"
Arrendersi, invece, è il contrario: significa lasciarsi travolgere dalla sofferenza, smettere di cercare un senso o una via d’uscita. È quella sensazione di impotenza che ci fa credere che nulla potrà mai cambiare, che non ha senso provarci. È smettere di lottare, ma nel modo sbagliato: non perché abbiamo trovato la pace, ma perché ci sentiamo sconfitti.

Come coltivare l'accettazione nelle difficoltà?

Raggiungere una vera accettazione psicologica è un percorso che richiede tempo e impegno. Ecco alcuni passi che possono aiutare: 
  1. Dare spazio alle emozioni: non si può accettare qualcosa senza prima permettersi di sentire il dolore, la rabbia, la paura o la tristezza. Trovare un modo per esprimere queste emozioni (parlandone, scrivendo, facendo terapia) è fondamentale.
  2. Rinunciare alla lotta contro l'inevitabile: molte volte soffriamo non solo per l’evento in sé, ma per il nostro rifiuto di accettarlo. Imparare a distinguere ciò che possiamo cambiare da ciò che è fuori dal nostro controllo aiuta a focalizzare le energie in modo più costruttivo.
  3. Cambiare prospettiva: anche le esperienze più dolorose possono diventare occasioni di crescita. Chiedersi: Cosa posso imparare da questo? Come posso trasformare questa sofferenza? aiuta a dare un senso a ciò che accade.
  4. Accettare che il dolore fa parte della vita: nessuno può evitare completamente la sofferenza. Imparare ad accoglierla come parte della nostra esistenza riduce l’ansia e la resistenza al cambiamento. 
  5. Trovare nuove risorse e strategie: se una situazione è difficile, ma non possiamo cambiarla, possiamo comunque modificare il nostro modo di affrontarla. Cercare aiuto, cambiare abitudini, sviluppare nuove capacità può fare una grande differenza.
  6. Praticare la mindfulness: restare nel presente e concentrarsi su ciò che si ha, piuttosto che su ciò che si è perso, aiuta a trovare un equilibrio interiore.

L'accettazione è un atto di coraggio!

Accettare le difficoltà della vita non significa subirle, ma scegliere di affrontarle con consapevolezza e forza. È un processo che richiede tempo, ma che può portare a una nuova comprensione di sé e della propria esistenza. 
Se ti trovi in una situazione difficile, ricorda che accettare non significa arrendersi, ma liberarsi dalla lotta contro l’inevitabile per concentrarsi su ciò che può davvero fare la differenza. 

Ti serve aiuto per accettare un evento traumatico?

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